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24/12/2006

Omelia S. Messa all'Ospedale di Milazzo - Natale 2006

 

“L’anima mia magnifica il Signore”, il cantico di Maria, che abbiamo ascoltato nel passo evangelico, echeggia in quest’aula, nella quale siamo stati convocati per un appuntamento annuale di preghiera, in un clima di gioiosa attesa e di fiduciosa speranza, tale vuole essere il clima del periodo d’avvento. Un momento di intimità spirituale, importante per noi operatori sanitari, un appuntamento atteso e voluto, che ci richiama, attorno alla mensa della Parola del Verbo incarnato e del suo corpo, per riconoscerci come membri appartenenti a una grande famiglia che operano sotto lo stesso tetto, una “famiglia sanitaria” direi, più che struttura, i cui membri mettono a servizio gli uni degli altri, e in special modo a servizio dei fratelli sofferenti, le proprie competenze, i propri talenti. E’ doveroso ritrovarci, attorno a Gesù, reso qui presente sacramentalmente nei sacri misteri celebrati, raccoglierci, pregare insieme, confrontarci, verificare, esaminare la nostra coscienza, il nostro operato, la nostra vita alla luce della Parola di Dio, che ci interpella e si riattualizza nell’oggi di quanti l’accolgono per crescere sempre meglio in umanità…. E’ dinanzi a questa Divina Parola, che al tramonto della nostra vita saremo chiamati a comparire e rispondere. La Parola, il Verbo che prende carne nel Cristo, non disdegna di farsi uno di noi, perché ognuno di noi si realizzi pienamente e sia pacificato con se, con gli altri, con  Dio. Il Verbo di Dio ci raggiunge per via umana… nel grembo di una donna, Maria che lo dà alla luce, lo accoglie con gioia e trepidazione. Il sì di Maria, il sì di Cristo; l’umano e il divino, si fondono, trovano un punto di convergenza, di armonia; l’uomo può, se lo vuole, ritrovare l’originaria pace con Dio. Il sì di Cristo e di Maria è l’antidoto che neutralizza gli effetti dell’epidemia mortale del peccato, peccato che lacera, che intristisce, che fa morire.

 

 

 

 

Tra le tante figure che la liturgia d’avvento ci fa incontrare, emerge quella di Maria che, nel piano della storia della salvezza, ha avuto un ruolo decisivo… “non strumento passivo nelle mani della Provvidenza, ma donna attiva… che col suo libero assenso ha collaborato per la nostra redenzione, cioè per la nostra salvezza eterna” (cf. LG 56). Maria, una figura poliedrica, nella quale l’Io divino si congiunge fino a fondersi con l’io umano, con l’io della creatura. Certamente, mi direte, una creatura eccezionale, unica e sola, che ha ispirato pittori, poeti e scrittori, ma sempre una creatura resta, salvata anzitempo per i meriti del suo Figlio e che la chiesa ci propone come eminente modello, a lei ricorriamo confidando nella sua intercessione. Una creatura fecondata dalla Divina Grazia, “lo Spirito Santo scenderà su di te… tu concepirai e darai alla luce un figlio… che sarà uomo tra gli uomini e il Figlio dell’Altissimo…. Questa modesta giovane, nella sua verginità diviene Madre di Dio, la Theotòkos; miracolo dei miracoli quel concepimento verginale; ne restò impressionato e affascinato Dante, che nella sua Divina commedia, ne scolpì la statura e la dignità. Così scrive: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio… tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore, non disdegnò di farsi tua fattura… In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate”. Non c’è il Natale di Cristo e dei cristiani, senza il sì di Maria; siamo figli di Dio, grazie alla cooperazione di Maria. Ecco perché la chiesa sin dai primissimi secoli l’ha acclamata “aurora della nostra salvezza” … “la grazia che Eva ci tolse ci è ridonata in Maria”.  - Il momento dell’Annunciazione segna così l’anteprima della nostra salvezza, l’evento cioè in cui per la prima volta Dio “interloquisce” a tu per tu con l’uomo, e domanda un consenso attendendo una risposta. Un dialogo si intreccia tra la creatura e il creatore… Maria chiamata, interpellata, umanamente sconvolta pone delle domande, manifesta perplessità di fronte alla vocazione prospettata da Dio, obiezioni che non vanno intesi come un rifiuto, ma che mettono in luce la sproporzione esistente tra la grandezza dell’incarico e la piccolezza del soggetto scelto. Questo ci insegna che la vocazione viene da Dio, che gli appartiene sempre e che il soggetto umano la dovrà portare avanti non in modo autonomo, in maniera auto gestita, ma facendo sempre riferimento all’Origine del dono. Si potrebbe dire che l’uomo non dovrà mai impadronirsi del dono di Dio, ma piuttosto è invitato a mettersi al suo servizio adottando mezzi e strategie coerenti. – Alla proposta dell’angelo, Maria replica:“come è possibile, poiché non conosco uomo? Domanda che testimonia come ella non accolga passivamente il progetto che Dio ha su di lei, mette in dialogo le parole appena ascoltate. Un interrogativo che permette al messo celeste di approfondire il suo discorso, rivelando altri dettagli del piano. Maria a differenza di Adamo ed Eva, non si nasconde da Dio, ma pone domande come un “interlocutrice” disponibile e reattiva. Per finire, reagisce con moderazione, senza entusiasmo né dubbi, ella non capisce come potrebbe nascere un figlio rimanendo vergine, non vede come il promesso divenga realtà, capisce che non è possibile l’annunciata maternità. Deve dunque fidarsi! Dio attende la sua personale risposta e finalmente arriva il suo consenso che chiude il dialogo, rendendo non più necessario l’inviato di Dio. Il messaggero lascia la scena. Maria non ha bisogno di vedere la prova per concedere la sua fiducia, ad essa tocca l’ultima parola, si confessa infatti la serva del suo Signore. La giovane nazaretana è l’unico personaggio biblico che accetta la sua vocazione usando questa formula, e dichiarando la sua disponibilità, cessa di dipendere dall’uomo della sua vita, promessa sposa di Giuseppe, per essere al servizio del suo Dio, che in essa si fa uomo. Il progetto divino si compie nel momento in cui trova consenso nell’Eletto.

Gesù non fu, come qualunque altro uomo, frutto di un incontro di amore umano, ma di fiducia in Dio di una vergine e dell’ubbidienza di una serva al suo Signore. Non una fede cieca, ma un affidarsi consapevolmente al progetto che le viene prospettato, un progetto che riconosce buono e la fa collaborare alla sua realizzazione, ella dice di sé: “Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto”. Come dice Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nella sua lettera enciclica Redemptoris Mater  “ha risposto, dunque,  con tutto il suo io umano, femminile” (n.13). Tutto il resto è consequenziale, sarà appellata dalle generazioni “benedetta” a motivo del frutto del suo grembo, e poi “beata”, a motivo della sua fede. (cf. n.36). E nel suo cantico, il Magnificat, Maria esprime l’umile gioia del suo spirito e glorifica Dio per la sua misericordia. Parole ispirate che diventano la preghiera dei poveri di Dio, da lei rappresentati, preghiera di coloro che soffrono la fame, di coloro che subiscono angherie e ingiustizie dai potenti. Dal suo ruolo attivo nella storia della salvezza e della cristianità, scaturisce la devozione a lei, fenomeno variegato, universale, a volte discutibile. Il cristiano adulto nella fede, sarà capace però di liberare dalle incrostazioni del passato l’immagine della Madonna, da quelle scorie frutto di devozionismo e di pietismo puerile che offuscano il vero volto di Maria e la sua forte personalità. Si constaterà con sorpresa – scrisse il Papa Paolo VI nella Marialis cultus - che Maria, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubitò di proclamare che Dio è vìndice degli umili e degli oppressi, una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio, non una madre gelosamente ripiegata sul proprio Figlio, ma donna che con la sua azione favorì la fede della comunità apostolica e la cui funzione materna si dilatò assumendo sul Calvario dimensioni universali. Maria disattende perciò l’idea di quanti la immaginano come donna del nascondimento e della sottomissione, relegata alla sua sfera domestica e privata, chiamata a vivere solo alcune virtù femminili: umiltà, obbedienza, mitezza, sottomissione.

Una visione più equilibrata e meno adulterata della figura della Madonna, una immagine meno folcloristica, un linguaggio sobrio e più evangelico, riportano Maria alla luce delle sue responsabilità di madre, moglie e donna di tutti i tempi; essa viene riscoperta come creatura “emancipata” da quelle mentalità ora progressiste e femministe, ora tradizionaliste e bigotte, e si ripropone come modello sempre attuale per gli uomini e le donne del nostro tempo. Così, per dare qualche esempio, la donna contemporanea desiderosa di partecipare con potere decisionale alle scelte della comunità, contemplerà con intima gioia Maria che, assunta al dialogo con Dio, dà il suo consenso attivo e responsabile non alla soluzione di un problema contingente, ma all’opera dell’Incarnazione del Verbo; si renderà conto che la scelta dello stato verginale da parte di Maria, non fu un gesto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale, ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi totalmente e con cuore indiviso all’amore di Dio e dell’umanità. Una chiamata quella di Maria, una vocazione che ha trovato ascolto e piena corrispondenza. Maria è l’archetipo di tutti quegli uomini e donne di buona volontà che faticano nella quotidianità per migliorare le condizioni di vita degli uomini e che si battono perché la loro dignità non sia calpestata. Maria ci insegna a vivere religiosamente il Natale, perché è colei che ha saputo accogliere dignitosamente il Cristo divenendone madre ma anche seguace. Celebrare e vivere il Natale alla luce del suo esempio, vuol dire rispondere con gioia alla chiamata di Dio e valorizzare i doni che Egli ci ha elargito; vuol dire far della nostra vita un dono, un regalo per il fratello malato; vuol dire considerare la nostra vita e il nostro lavoro come un servizio responsabile, meglio ancora come una “missione” per qualcuno…  per il bene di…. per amore di …. insomma un “apostolato” in cui con umiltà presto le mie mani, la mia mente, la mia parola, le mie forze a Dio, perché sia Egli ad agire in me.

 

Anche il servizio ai malati è “parte integrante della missione” della chiesa e dei suoi operatori. La nota pastorale “predicate il vangelo e curate i malati” della commissione episcopale presieduta da Mons. Francesco Montenegro, mette in primo piano l’amore verso la persona sofferente prima degli organigrammi politico sanitari e dei guadagni delle multinazionali di farmaci e strumenti sanitari. L’eccessiva “aziendalizzazione” non deve cancellare i diritti dei cittadini, ma deve mirare prima di tutto alla cura delle persone. E’ scritto: vanno apprezzati e lodati i contributi e gli sforzi di quanti operano nel campo per rendere un servizio rispettoso della persona, ma “l’adozione indiscriminata del modello aziendale in ambito sanitario, seppur motivata dall’esigenza di organizzare i servizi in maniera più efficiente, si presta al rischio di privilegiare il risultato economico rispetto alla cura della persona…. È necessario tendere verso un cambio di mentalità; più che “curare la malattia” bisogna “prendersi cura del malato” e ciò significa che l’ospedale deve rendere più umani possibili i servizi”. Non dimentichiamolo, Gesù è lì presente, in special modo nel volto del fratello sofferente e malato. Alla luce della nostra riflessione potremmo concludere dicendo che, festeggiare il Natale vuol dire relazionarmi con umiltà, e ringraziare colui che mi dà forza e respiro mattino per mattino, che mi consente di mettermi in piedi, per sorridere ai miei familiari e sovvenire alle necessità del mio prossimo; vorrà dire considerarmi creatura fragile, bisognosa del suo perdono e della sua misericordia, vorrà dire apprezzare momento per momento quell’attimo di vita terrena che, se vissuta in pienezza, cioè con amore donato,  diviene preludio al paradiso. Maria, prima discepola del suo Figlio e nostra maestra ci indichi la strada che ci porta alla Verità, ci insegni a discernere con saggezza i beni a cui aspirare; essa nostra maestra di vita spirituale, interceda per noi, affinché in sua compagnia possiamo accogliere il Salvatore che nasce, e rinati anche noi spiritualmente, possiamo irradiare nella testimonianza evangelica della nostra vita, quella pace, quella luce, quella gioia che Cristo effonde su tutti gli uomini di buona volontà. Mi piace concludere con una antica invocazione che la chiesa, e perciò anche noi qui raccolti, innalza a Maria: “ O alma Madre del Redentore, porta sempre aperta del cielo e stella del mare, soccorri il tuo popolo, che cade, ma pur anela a risorgere. Tu che accogliendo il saluto dell’angelo nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo santo Genitore ! Madre sempre vergine, pietà di noi peccatori”.  Buon Natale in Cristo e in Maria.

                                                                        

                                                                        P. Antonio Costantino