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17/01/2006

Omelia Natale 2005

 

"Oggi vi è nato un salvatore, che è il Cristo Signore". Questo annuncio, oggi è rivolto particolarmente a noi, a voi cari fratelli che gremite questo tempietto, un annuncio che raggiunge ciascuno di voi e spero trovi sincera accoglienza nel vostro cuore sicché abbia pace. Si tratta di un messaggio di gioia spirituale e di speranza, nonostante tutto… nonostante tutte le disavventure umane e gli eventi di cronaca che  ci tramortiscono. Oggi, non commemoriamo un anniversario, non ricordiamo un fatto passato, ma viviamo un incontro attuale con colui che è il nostro salvatore. Gesù Cristo infatti non è un'idea o una proposta morale, ma un fatto accaduto, la nostra fede ha alla base un avvenimento, non una teoria, il Santissimo è nato in una stalla, il Tempio di Dio si è accontentato di una mangiatoia, il Salvatore ha avuto bisogno di una famiglia. Ecco perché l'evangelista Luca, con riferimenti storici e geografici, ci narra con sobrietà di linguaggio quanto è avvenuto a Betlemme, ci dice che quel Dio che noi adoriamo nei panni di un bambino, è un Dio innamorato dell'uomo, un innamoramento vero però, che conosce la pazienza dell'attesa, il sacrificio, il dono di sé. Dio infatti, per sottrarre l'uomo dalle grinfie del maligno e dalla perdizione eterna, per redimerlo dal peccato che seduce, smarrisce e acceca, irrompe nella storia e nel tempo, si incarna, cioè prende forma e sembianze umane, assume la precarietà. Dio si è fatto uomo, nostro fratello…  e l'uomo creatura da lui amata, diventa figlio di Dio. Un evento che si sottrae alla razionalità umana, alle speculazioni dei filosofi, e che si comprende alla luce della fede. Nel Natale cristiano si ripresenta, si ri-attualizza, per così dire, la nascita di Dio, o più esattamente l'umanizzazione dell'Eterno nel grembo di una donna, un modello di creatura, Vergine e Madre. Dio si fa uomo perché la vita dell'uomo possa avere un senso divino. L'incarnazione è realtà sconcertante e mirabile davvero. Dio solidale, gioisce, soffre sino alla fine del mondo in ogni uomo in attesa di una terra e di un cielo nuovi. Nel frattempo, come non vedere il suo corpo straziato dalle autobombe? Come non vedere il suo corpicino nel ventre gonfio steso per terra su una stuoia nel corpo di tanti bimbi che muoiono per la fame? Come non vedere il suo corpo stipato nei barconi alla deriva? Come non vedere il suo corpo schiavizzato e goduto per denaro come merce di consumo? Come non vederlo in quei corpi tanto belli ma abbruttiti e sciupati dalla violenza, dall'alcool, dalla droga, dalla prostituzione, che distrugge il cervello ed ogni altra cosa? Eppure lì, in quelle situazioni di disagio e di precarietà c'è quel Bimbo divino che è nato e già soffre; in quelle situazioni di miseria e di pietà, si contempla quel bimbo nella culla di Betlemme e si intravede in filigrana il sepolcro di Gerusalemme. Il Natale infatti, ci rimanda alla Pasqua e la Pasqua si raccorda al Natale.

San Paolo nell'epistola proclamata ci dice: "E' apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini". Egli vuol dirci che Gesù è il regalo che Dio ci ha fatto. Non soldi, non prodotti allettanti ma anche alienanti dell'alta tecnologia, non sogni. Egli invece ci ha fatto il dono della sua stessa vita per amore, e l'amore vero spinge l'amante ad amare fino a perdersi nell'amato… si dona in silenzio per una missione nobile, si consuma per l'altro fino al sacrificio. Questa è per sommi capi la strada percorsa da Dio. Gesù è l'amore di Dio che si offre, che continua a proporsi lungo il nostro tragitto terreno e che dà senso alle nostre fatiche. Egli stasera, nella tenerezza e nella semplicità,  si ripresenta per ciascuno di noi come Luce che vuole illuminarci e guidarci, luce che disperde il buio che ottenebra i nostri cuori smarriti e confusi. Si miei cari, il buio spesso l'abbiamo dentro, i nostri occhi si stanno abituando al buio del peccato e alla penombra della mediocrità divenuta ormai stile di vita, in una società nella quale brillano sempre più luci fasulle. Gesù è venuto a fronteggiare il buio del peccato e restituire speranza al figliol prodigo."Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse". E' strano che Gesù nasce di notte, viene tradito nella notte, si offre come nutrimento nella notte. A noi qui presenti, egli si ripropone come luce per i nostri occhi, e di questa luce abbiamo bisogno noi presbiteri, voi genitori ed educatori, voi figli impegnati nel laborioso processo della vostra formazione, voi anziani della comunità; abbiamo bisogno di Gesù, luce e sapienza, per discernere, per guidare, per educare, per maturare, direi per conseguire la propria auto realizzazione. La misericordia divina nella notte santa raggiunge ogni uomo. E Gesù è la misericordia di Dio fatta carne. Egli è la vera vita, quella incorruttibile, egli la verità infallibile, egli il pastore che si muove alla ricerca del peccatore pentito, egli è quel padre che attende con ansia e con pazienza il ritorno del figlio avventuroso e riabbracciandolo gioisce per averlo avuto sano e salvo. Se davvero Gesù trovasse accoglienza nei nostri cuori inquieti e turbolenti, se a lui facessimo spazio attraverso il silenzio e la preghiera, se lo accogliessimo nella povertà, nella semplicità, nella purezza del nostro linguaggio e dei nostri sentimenti, nella sobrietà del nostro vivere; allora egli diverrebbe anche oggi, fonte di beatitudine, di gioia spirituale, quella annunziata dagli angeli in quella notte di 2000 anni or sono: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo"… gioia che ci fa riscoprire la nostra eminente dignità dell'essere figli di Dio e tra di noi fratelli, gioia che si esperisce nel vivere la comunione con Dio, apportatrice di giubilo e nel dono di sé reso al fratello per amore di Dio.

Gesù si presenta a noi nei segni della debolezza, della fragilità: le fasce, la mangiatoia, simboli di povertà, di umiltà. Egli guarda con sospetto la ricchezza, si allontana dal potere, preferisce l'ubbidienza e non la gloria. Chi vuole incontrare Gesù deve perciò percorrere la strada della povertà. La strada della ricchezza e del materialismo non ci porta a Gesù. Il Vangelo appena ascoltato, ci dice che non c'era posto nell'albergo; anche oggi non c'è posto per alcuni popoli nella spartizione dei beni della terra; c'è chi muore di noia, e causa morte, c'è invece chi muore realmente di fame. L'evangelista Luca aggiunge: "lo depose in una mangiatoia", ci sono case bellissime, bene arredate, ma fredde e desolate; ci sono invece case povere riscaldate dall'amore familiare. Il Natale dei cristiani insomma, prende le debite distanze da quel potere consumistico e tecnologico che inquina le menti e le coscienze e che logora chi non riesce a stare al passo con i suoi tempi frenetici e rumorosi. Il Natale cristiano celebra i valori della pace, della giustizia, del perdono, della sincerità, dell'amore che si fa prossimo, atteggiamenti tutti che scaturiscono da una rinascita spirituale del soggetto. Valori e attitudini, che S. Paolo ci invita a far nostri attraverso una vita in cui "rinnegata l'empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, giustizia, pietà in questo mondo, nell'attesa della beata eternità". Vivere con sobrietà, una virtù che urge riscoprire in questi tempi dominati dalla logica del "carpe diem" nella quale si ritrovano molti ragazzi, che, irretiti dalle sollecitazioni edonistiche rischiano di perdersi e di smarrire il filo della propria vita: perché mai dobbiamo controllarci, o limitarci? Perché mai rinunciare? La spregiudicatezza, la sregolatezza,… sono dei criteri sui quali molti giovani e adulti si misurano e purtroppo con amara constatazione si bruciano anche e si rovinano. La sobrietà invece, modera l'attrattiva dei piaceri, la concupiscenza della carne, le esplosioni della sensualità e ci rende capaci di equilibrio. Papa Karol Wojla in una udienza generale del 22 nov. 1978, ebbe a dire "la virtù della sobrietà o temperanza, garantisce ad ogni uomo il dominio dell'io superiore sull'io inferiore. E' questa forse un'umiliazione del nostro corpo? oppure una menomazione? Al contrario, questo dominio valorizza il corpo… l'uomo sobrio è colui che sa dominare se stesso! La sobrietà è perciò indispensabile, perché l'uomo sia pienamente uomo. Basta guardare qualcuno che, trascinato dalle sue passioni, ne diventa vittima, rinunciando da sé all'uso della ragione (come ad es. un alcolizzato, un drogato), e constatiamo con chiarezza che essere uomo significa rispettare la propria dignità, e perciò, fra l'altro, farsi guidare dalla virtù della sobrietà".

Mi piace concludere con una considerazione di Francois Mauriac, premio nobel per la letteratura (1952), che riassume il senso della solennità odierna scrivendo: "Ecco davanti a noi il Natale. Un cielo, una notte, un giorno. Un cielo per la voce di Dio, una notte per la preghiera, un giorno per la speranza". Alzare lo sguardo in alto, oggi più di ieri. La terra infatti è sempre più sinonimo di precarietà. Oggi tutto sembra fragile: la pace, le monete, i partiti, le coppie, la salute, il lavoro, la nostra stessa fede, la personalità e il carattere dei nostri giovani. La terra, pare sempre più incapace di offrire serenità. Le nostre sono città senza cielo, cioè senza lo sguardo al Signore, l'uomo che si sente maggiorenne ed autosufficiente, impegnato a vivere come se Dio non esistesse, si ritrova solo, con un pugno di polvere tra le mani, chino sulle proprie ferite. E' il frutto di una felicità costruita senza il Signore. Nonostante ciò torna il Natale, non come fiaba, ma come risposta alla miseria dell'umanità di sempre. Ma non c'è notte senza aurora, non c'è travaglio senza nascita, non c'è semina senza raccolto. Gesù non nasce per aumentare il coro delle lamentele, non viene per giudicare ma per salvare. Dipende da ciascuno di noi se oggi è o non è Natale. E' Natale ogni volta che Dio è ospitato in un cuore e in una famiglia; ogni volta che, sconfiggendo la noia, viene ritrovato il senso del proprio vissuto quotidiano; è Natale ogni qualvolta si ritrova il coraggio di morire al proprio io egoistico, peccaminoso, e con umiltà e mansuetudine si ripercorre la strada del ritorno a casa. Non basta perciò celebrare il Natale, occorre diventare Natale, permettendo che Gesù operi la guarigione del mio spirito e del mio corpo. I maestri spirituali dicevano: "Se Gesù nascesse anche mille volte a Betlemme, mai però nel tuo cuore, tu sei vergognosamente perduto". Ci siano di esempio i pastori e il loro cammino. Se si vuole raggiungere la serenità e la pace, se vogliamo auto realizzarci, occorre partire o ripartire da Cristo; è lui che dobbiamo rimettere al centro della nostra vita. "Puer vobis natus est. Venite adoremus". Buon natale: rinasca Cristo nei nostri cuori.

Padre Antonio Costantino

ALLEGATO: Omelia